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LuCafausu [ (lu Cafausu) -> This project is about things that acquire a value of aesthetic configuration but that also contain aspects related to anger, ethics, politics, and all those things that are pertinent to life. ]
 


Luigi Negro > >

luiginegro@gmail.com

per chat:
SKIPE: orgen.orgen
MSN: complessita@hotmail.com

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le foto sono di Orgen e di Alice Pedroletti
(tra l'altro dal reportage del programma di residenza di Loop House Gallery "le ragazze vanno giù)

False Luke
©


This pro-ject is about an object that is already situated in a place; my aim is to clarify its vision without changing its nature – including the moving of the object itself. This object has an entrance – maybe a metaphor for death - a threshold that anybody can pass, but once inside, there is noth-ing there to be found. On the other hand, what is outside is even less (more death, exploitation, abuse, violence, numbness to all of the above.). This object is a living metaphor. It is like putting a live person inside an art gallery. All the people that are participating into this project are only instrumental; they are not the end goal. I am very interested in human relations, but relations are instrumental to my idea, they are not the end result. It is about an aesthetic sociology: things are already situated in a places; there is no need to add much to them or to invent them anew. The Cafausu undergoes constant change; it dies and comes back to life all the time. What really dies though is the sense of things and bodies, sense dies before things and bodies die. Nobody is shocked by events anymore (see the killing of the hundreds children in Ossetia…). Sense for me comes before value; this is not a moralistic project/idea.



1 luglio 2006


LU CAFAUSU

Il Falso Luca
[Lu Caf'Haus(u)]


Lu Caf'Haus(u) è territorio d'accumulazione di senso, di svolgimento di
senso. Di mancanza di senso. È quello che siamo e non siamo
simultaneamente, (scandalosamente) senza scandalo. È ciò che stiamo
diventando e quello che siamo non stati.
Al centro esatto di un lungo corridoio d'insalienze e fallimenti (una volta erano cipressi),
passaggio per il limbo. È il nulla, segno oscuro, campo della disfatta.

È un presagio inaccessibile, luogo alieno..

È il varco per l'ade.





Qualche mese fa (prima dell'estate) Efrem, un ragazzo barbuto, nel cortile del Care Of 
mi disse che era di San Cesario: "abito in periferia, allucafausu".
Pensai: "abita in un falso Luca, al-Luca-fausu (al-Luca-falso), appunto.
Nei giorni che seguirono il falso Luca mi tornò spesso, inspiegabilmente in testa.
Dopo un paio di mesi a San Cesario eravamo in auto, Alessandra aveva una parrucca azzurra
(blu come dice lei), erano le due di notte e tornavamo da una festa. Avevamo bevuto vino rosso,
rum e chinotto, io anche masticato menta. "adesso ti faccio vedere una cosa!"
- disse - "sai cos'è lucafausu?". Colsi l'occasione al volo.
Il falso Luca ci fu davanti proprio dopo un paio di curve (guidava lei).

Ci sono una decina di palazzine intorno a quella che credo si possa definire una piazza.
Al centro una piccola struttura ("oggetto" mi viene da scrivere) di muratura sgretolabile,
una specie di pagoda vagamente stravagante, fragile, decadente, quasi indecente.
l quartiere di Efrem non prendeva il nome da un mentitore, ma da un Coffee-House che
per decenni (secoli?) è stato tante piccole cose: luogo di aggregazione per contadini, bar,
tè-house per nobili e militari inglesi, dimora per un giovane orfano e il suo cavallo bianco, pollaio,
vespasiano, guardiola, garage, alcova, luogo di liturgie ortodosse e non, di sperimentazioni sessuali,
di romantici sguardi appassionati, bisca clandestina, vigile urbano, dormitorio per emigrati nord-africani,
panettone, pensatoio, e tanto altro.

Era ed è un posto incredibile. Una "metafora" credo si possa dire.



Tornando a casa immaginai le passeggiate fiacche di un gruppo di donne ben vestite.
In lino chiaro parlottavano verso un meriggio assolato di fine
secolo: un'indolente escursione nell'attesa di un caffé servito con molta dovizia di particolari.
Ho sovrapposto questa banale proiezione, alla realtà visiva che avevo accanto: un quartiere in corso,
una piazza che girava (e gira) vorticosamente in cerchio; case e palazzine in costruzione, gru e macine,
pietre leccesi e piastrelle da bagno, una pianta di fichi (memoria di un parco o della campagna),
decine di alberi di pepe rosa, lamiere, polvere, gesso, muretti di cemento, sassi, un deposito temporaneo per furgoni,
una rosa di auto nuove e per lo più familiari, gente che passa, e si affaccenda con pacchi e fagotti.

Quella notte persi il sonno (non sembri esagerato lo perdo facilmente),
quel che non riuscivo neanche ad immaginare era il Suo processo di trasfigurazione,
la Sua moltitudine in mutamento. Avevo anche davanti, però, un'oscena metamorfosi:
come poteva essere diventato "quella Cosa"? In quanto tempo? Perché? La casualità
spiegava probabilmente una parte del suo progresso, il resto sembrava appartenere alla magia,
alla teologia, all'antropologia, a limite all'arte.


Maria Concetta ha 65 anni, ed è sarta, lei dice che l'ultima passeggiata nella villa per un caffè,
fu fatta fra gli anni sessanta e gli anni settanta, da una dozzina di donne tutte fra i 16 ed i 30 anni.
Mi mostra una foto, molte hanno volti mediorientali, tutte sono piuttosto alte, hanno la pelle molto
chiara, olivastra un paio, addosso vestitini cortissimi e leggeri, a fiori color pastello (immagino,
la foto è in bianco e nero), quasi tutte appaiono scalze con le gambe nude. Concetta me ne indica prima una,
"...era amica mia" dice, Valentina Scorrano si chiamava ed era di Presicce, se non ricorda male, ora vive in Germania.
È la piu' in carne, con un paio di occhiali da professoressa. La tredicesima è nelle retrovie, appartata e triste appare molto giovane,
lotta con il vento che le solleva la gonnellina.
"Quista pare ca nnu tiene nienzi sutta no?"
Maria Concetta pare convinta e ridacchia con volgarità mostrando i suoi denti d'oro.
Lei come una delle donne nella foto è una chiangimuerti (una che piange i morti a pagamento)
e pare che si sia arricchita non poco nel pulire i cadaveri. Si sa, i gioielli a volte nel trambusto
emotivo di un lutto si perdono, soprattutto se sei morto da solo con accanto una chiangimuerti
che ti lava chiusa con te in una stanza con una spugna imbevuta di acqua ed aceto.


Il Coffe-House a volte è come un vespasiano per gli operai del cantiere:

"vanno dentro a pisciare, altro che caffé!". Urla Mariangela, è la bambina che forse più
di tutti ama quel posto. Lei all'inizio imbratta l'interno scrivendo i numeri di telefono dei suoi
amici con ammiccamenti erotici. Ora non lo fa più, la sua casa è una di quelle che "guarda" il Cafausu dall'alto.
Molti abitanti in questi anni hanno protetto inspiegabilmente questa piccola
architettura senza valore, friabile e sottile come una terra cotta.

L'edificio appare inutile, la villa a cui apparteneva è svanito nei meandri delle logiche complesse
e caotiche della speculazione edilizia. Siamo nella prossima periferia del paese e con il nome
"la villa" si può solo osservare una serie di palazzine a schiera realizzate dalla fine degli anni settanta,
a circa un km dal cafausu. Con il nome "Uccio della Villa", invece, è identificato il signore che ha lottizzato alcuni
decenni prima quel territorio.
Lo aveva guadagnato per coltivarlo, erano quelli gli anni delle lotte contadine dell'Arneo,
anni di lunghe sofferenze e occupazioni, che si conclusero con una serie di concessioni da parte del governo.
Il terreno della villa fu sottratto alle proprietà di una famiglia inutilmente nobile.

Poi una storia d'amore: la figlia o la nipote dei militari inglesi (alcuni dicono nobili) proprietari
della villa (racconta fumando una pipa Vincenzo, anni 76 che al cafausu ci andava a giocare a carte
dalla piazza con i suoi amici proprio d'estate e per tutti gli anni '80), si innamorò
di un ragazzo "scuro di pelle e capelli", italiano, figlio di povera gente.
L'unico modo per parlarci era raggiungerlo oltre il cafausu, protetta da cugine e parenti,
rubando parole e promesse in quel posto così romantico e profumato, ma anche così vicino
al muretto perimetrale della villa. I genitori della ragazza erano a San Cesario per aiutare i militari
italiani a combattere i briganti. Nessuno però riuscì a rassicurare la famiglia che quel ragazzo non avesse
mai avuto rapporti con la temuta ed eroica banda di fuorilegge. Vincenzo dice che la giovane donna morì pochissimi
anni dopo, ma prima ottenne dai suoi la promessa che non avrebbero mai distrutto quel posto.

Tutte queste storie sono però al massimo probabili, più facilmente inattendibili, è solo uno dei racconti di chi
gira intorno al cafausu. Come quello che lo racconta "dono d un principe turco".

E' stato malamente restaurato dalla gente che lo osserva dall'alto o forse da Uccio della Villa,
per un patto d'onore con le istituzioni o la comunità. E' stato anche sostenuto e soccorso come
un animale in estinzione, (Marco e Giuseppe, meccanici, lo chiamano "il Panda") e persino per mezzo
di una raccolta di firme poste all'attenzione del sindaco.
"Avevamo paura che si sbriciolasse" dice un ragazzo prima di ridere,
probabilmente dicendo il sentito dire. Il Cafausu aveva 6 aperture e una struttura ad esagono
(il vento salentino deve aver fatto i propri porci comodi) per decenni, ora ha solo un'entrata (quello frontale),
le altre sono murate; un paio di queste persino protette, con ansia, da una barra in cemento.



Il cafausu è un mistero, o meglio è una configurazione, una mappa dinamica di navigazione in un sistema complesso, l'isola del tesoro.

Era il 25 luglio, come spesso accadeva, ero a piedi, (è difficile trovarlo, prima di arrivarci mi perdo sempre un po').
Avevo appena organizzato la mia terza passeggiata al cafauso, ma quel giorno ascoltavo il borbottio del
caffé. Da lontano Lui appariva al centro come in una scena teatrale. La luce per tutto il pomeriggio non gli
è quasi mai favorevole; le ombre lunghe dei palazzi e degli alberi l'oscurano, ma alle 13 il sole inonda quelle
ridicole ossa di cava, e di notte nonostante la triste luminosità dei lampioni, appare fiero come una donna a Venezia,
in maschera durante il Carnevale. Lo puoi vedere in molti modi, in piena solitudine (la notte) o di giorno, invece,
sempre più confuso da altro: auto, moto, cumuli di terra, sabbia, calce, gente che urla e passa continuamente,
in un trambusto che in ogni caso resta ineluttabilmente soffice. Quel pomeriggio faceva caldo ed un enorme caffé
stava per uscire, il gorgoglio veniva fuori nettamente dalla Sua naturale cassa acustica, una voce simile a quella della
moka di casa. Da lontano mi accorsi solo dopo un po' che dentro c'era una lambretta color crema, precisamente
al centro (come in un piccolo e vezzoso garage). Il borbottio si esaurì quando la motocicletta con un botto si spense.
"Bisogna accenderle ogni tanto" disse il tipo, e poi mi chiese se volessi comprarla.



La gente del quartiere, quella che ogni mattina dall'alto si affaccia sul cafausu, è disposta a raccogliere del denaro per una festa.
È una mia idea, ma a loro è piaciuta moltissimo, progetterò con loro le luminarie, tutte partiranno dal cafausu
per arrivare sui tetti dei palazzi intorno, o forse è meglio che partano dai palazzi per giungere fino al cafauso.

"Bisogna fare qualche cosa", dicono.

Ho dormito l'altro giorno in una di queste case (lo farò ancora). La mattina dopo, Giovanna e suo marito
mi hanno fatto il caffé, poi sono uscito sul balcone, sorseggiando anzi "rufando" come si dice qui.
Il liquido era davvero bollente, se il cafausu fosse uno strumento dovrebbe "rufare",
ho pensato e potrebbe essere soffiato da un balcone in alto, come un sax, o meglio
come uno strumento a s-fiato. È da un po' che ne parlo e ne penso.
Il cafauso è un chiodo fisso, la mia linea politica, la mia etica.
E' com'essere innamorati, come odiare.



Per ora una serie di idee, da realizzare o escludere:
•   Con gli abitanti che vivono intorno al cafausu vogliamo realizzare una
festa, quasi un giorno della memoria (o della smemoratezza). La festa
del cafausu (e per Aldo Calò). Non sappiamo ancora quando, ma tutto
potrebbe essere realizzato con i soldi degli abitanti del quartiere. Il
sindaco ha detto che alla fine qualcosa riuscirà a trovarla anche lui,
ma nessuno qui si fida granché. Faremo una colletta. Abbiamo trovato
una banda e un sacco di musicisti disponibili a suonare per tutta una
notte. Altri a suonare per ore dentro la piccola costruzione. Proverò a
chiederlo ai Kronos Quartet. Non tutti gli abitanti del quartiere
sarebbero disposti ad evitare di parcheggiare intorno alla costruzione
per quel giorno, ma uno sforzo lo faranno. Un gruppo di ragazzi mi ha
chiesto di partecipare con delle bancarelle. Uno di loro ha un
panificio, ho pensato di realizzare un pane a forma di cafausu (un pane
al grano duro, orzo e chicchi di caffé);

•    Mi piacerebbe trasformarlo in un Isola, inondare la piazza, lasciare che gli abitanti del quartiere
usino piccole barche a remi invece delle auto per fare la spesa o pagare le bollette.

•    Vorrei molto essere presente all'ultimo caffé preso da quelle giovani e bellissime donne a cavallo
fra gli anni sessanta e settanta. Come un furto, una rappresentazione, una performance da innestare
nel tessuto sociale del rione, fra le auto parcheggiate e i palazzi appena costruiti.

•    Il cafausu al centro di una lenta scena "molto cinematografica da Lui escono le note di canzoni anni
sessanta e s'intravede un tavolino con su appoggiato un mangia-dischi (in vinile ovviamente).
Si ascolta "parole, parole, parole" di Mina e Albero Lupo, poi "amara terra mia" di Domenico
Modugno, poi magari anche altro, per la gente che vive intorno;

•   Un decennio fa, attorno al cafausu, c'era la campagna, ed appoggiato ad
un Suo lato, una tettoia. Lì un ragazzo e un cavallo bianco, hanno
vissuto per anni, alcuni dicono che fossero innamorati. Ora il ragazzo
vive a Bologna. Alcuni dicono che anche quel cavallo è vivo. Mi
piacerebbe portarlo a fare una passeggiata. Mi piacerebbe ascoltare lo
strepitio degli zoccoli intorno al cafausu, in piena notte mentre la
gente dorme, fra le auto.

•    Vorrei lavorare ad un film con alcuni amici.

•    Dipingerò il cafausu: olio su tavola, anzi lo disegnerò, dal vivo, spero che qualcuno mi faccia un caffè ogni tanto;

•   Proporre la frivolezza di una passeggiata pomeridiana verso il caffé.
Chiederò alla gente del quartiere di vestirsi eleganti una domenica. MI
piacerebbe pulirlo, lavarlo, profumarlo (di caffé?), stendere intorno
(sull'asfalto) un manto d'erba da giardino. Mi piacerebbe che Cesare
Pietroiusti e Giancarlo Norese partecipassero, in qualche modo, magari
semplicemente servendo il caffé. Cesare, se non ricordo male, conosce
molti modi per prepararlo, molti di quelli in cui si realizza il caffé
nel mondo: ad infusione, alla turca, con filtro, alla "napoletana", con
la moka, solubile, istantaneo, americano, bollito, ecc.. (è un mondo
affascinante sopratutto quando poi si entra nei dettagli: nocciolato,
in ghiaccio con latte di mandorla, con menta e limone, con panna,
cappuccino, espressino, calabrese, in granita (di mandorla), uccio,
brasiliano, carioca, corretto, e quanti altri?) Mi piacerebbe che
Cesare e Giancarlo fossero aiutati da un Bar storico di San Cesario: il
Bar Natale e dai suoi formatissimi camerieri. La bella gente va servita
bene;

•    Sto progettando uno strumento a s-fiato che suoni il
borbottio. Lo realizzerà Giovanni Oriolo, in terra cotta probabilmente
o porcellana (sarà un oggetto molto delicato, uno strano sax a caffé,
si eseguirà in piedi, come la gente che Lo guarda dai propri balconi).
Mi piacerebbe che lo suonasse Cesare, poi anche David Cossin  e tanti
altri amici musicisti;

•    Cecilia Galiena vorrebbe spostare il cafausu in un altro posto.
Chiederò A Rita e al suo gruppo "Serbatoiper Collaudi" di progettare lo spostamento come se si trattasse di un
edificio di rilevante importanza archeologica. Chiederò loro anche di
produrre un preventivo di spesa per lo spostamento. Quest'ultimo
sarebbe, ovviamente, per ogni dettaglio, anche per ciò che sembra
minuzioso o inutile: barre di cemento, grossolana muratura difensiva,
affreschi e numeri di telefono di ragazzi. il marciapiede che l'
affossa, ecc. Si è pensato a diversi luoghi interni ed esterni, come il
Vaticano, New York, India, Persia, Croazia, il deserto Libico, ecc. A
tutti invieremo formale istanza;

•    Cecilia mi ha inviato
anche un disegno: è "lu coffe ice", (lu articolo che in salentino vuol
dire "il" ma è anche il mio diminutivo). Un enorme bicchiere di vetro
al posto del corpo del cafausu, dentro ghiaccio, latte di mandorla e
caffé, il tutto ricoperto dal tetto a pagoda che attualmente sovrasta
l'edificio;

•    Sto realizzando e producendo una documentazione
sulla "vera storia" del (e dei) cafauso. A San Cesario vive un ex
bibliotecario divenuto non vedente, si chiama Ganfranco Coppola,
conosce molto bene la storia locale. Amante dell'arte (anche di quella
contemporanea) va spesso a "guardare" le mostre", dice di conoscere
molto dei coffe house, forse tutto. Dice che a San Cesario come in
tutto il Salento gli abitanti o sono o diventano barocchi, è
sacrosanto;

•    Vorrei che Andrea Mantovano raccontasse la
storia reale di questi luoghi di incontro familiare e pubblico insieme,
un incontro da tenere al cafausu.

•    Girerò un piccolo video con Santa Oborenko (artista lettone) armata e di guardia al cafausu,
per un'intera notte. Vestita come le piace: di seta gialla, "armata per
non uccidere" come direbbe lei; Katrina Teivane è anche lei una artista
di Riga dice che gli "americani" hanno sbagliato. Non dovevano
progettare di costruire un nuovo altissimo edificio al posto di
ground-zero. Avrebbero dovuto lasciare il buco. Katrina dice che
vorrebbe levare il cafusu lasciando quello che resta;

•    Sto realizzando una serie di foto "uno a uno" del cafausu per ognuno dei 6
lati, mi piacerebbe vederlo cubista. Spiaccicarlo su un enorme muro;

•   Parlavo con Fabrizio un pomeriggio, sotto il cafausu. Si chiacchierava
di guerra, alcuni bambini disturbavano. Lui riuscì a dire che forse un
progetto d'arte poteva essere quello di murare vivi quei bambini,
chiudendo l'ultima delle entrate rimaste aperte. Il giorno dopo in
Ossezia accadeva quella mostruosità di cui tutti grossomodo ora abbiamo
poca memoria (ma tutti ancora ricordiamo Erode). E' una visione
spaventosa e bellissima troverò un modo per realizzarla;

•    Mi piacerebbe far vedere una foto, è la foto del cafausu sotto la neve. Me
ne ha parlato Mariangela. La foto è bellissima, parla di fantasmi e
desideri;

•    Esiste a San Cesario un artista dimenticato che
ha regalato un museo d'arte con- temporanea (dimenticato anch'esso), è
Aldo Calò, ha partecipato diverse volte alla Biennale di Venezia. Mi
piacerebbe che qualcuno raccontasse di Aldo Calò da dentro il cafausu,
due smemoratezze fuse;

•    Mi piacerebbe che tutta la gente e gli artisti coinvolti in questo progetto vivessero
per un po' a San Cesario, che ne nascesse un convivio, una occasione di conoscenza.
Sopratutto mi piacerebbe che fosse Alessandra Pomarico a curare
interamente questa "residenza". Con il suo solito amore. Mi piacerebbe
anche che Lei mi aiutasse a trovare la colonna sonora del Cafausu;

•   Vorrei realizzare l'immagine di una donna che ho conosciuto, si chiama
Miele. Una donna violentata dalla persona a cui avrebbe sacrificato la
vita, stuprata dai suoi amici, in una notte lunghissima e devastante.
Lei era incinta durante la violenza, il figlio ora è tutto quello che
ha. Lei mi ha raccontato di una Madonna Pantera, con un bambino in
braccio che per una giornata intera (o solo alcune ore) ruggisce alla
gente che si avvicina. Ho sempre visto Anna Galiena al suo posto, una
perfomance che dura ore.

•    ... mi piacerebbe realizzare una
lunga performance in cui dei musicisti improvvisino una colonna sonora
dell'intera vita del quartiere (compreso i parcheggi, la vita normale
delle famiglie che lo colorano). Sarebbe mischiare a questo  interventi
di ricostruzione di storie immaginate e realmente accadute il tutto in
forma teatrale ma che fossero integrate alla reale vita del piccolo
quartiere, mi piacerebbe che tutto iniziasse verso il tramonto, in
estate, e finisse con una festa lisergica, in cui la gente balla, e
beve il caffè, ma nello stesso tempo che tutto diventasse un lungo film
documentario. Mi piacerebbe che David Cossin, mi ripeto, suonasse il
caffè, con una collaborazione sinfonica .. un concerto da camera
scoperta (la piazza del cafausu appunto).

Tutto è aperto, vorrei
portare ancora gente in questo posto, come ho fatto in questi mesi, e
parlare del cafauso. A molti continuo a pensare (in questo momento con
insistenza ad Emilio e uno straordinario attore tragico Ippolito
Chiarello). Molte cose verranno oltre queste ipotesi e tante di queste
non si realizzeranno o falliranno. Passeggiando, guardando, perdendosi,
seguendo il caso. Cercherò di leggere i fondi delle tazzine del caffé...




permalink | inviato da il 1/7/2006 alle 16:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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